"FORMAZIONE E ISTRUZIONE TECNICA
TECNICA DELLA COMUNICAZIONE
PRIMA VENGONO GLI ARGOMENTI, POI LE PAROLE
di Giancarlo Padovan*
E
sistono tecnici che ritengono assai più importante saper allenare i giornalisti piuttosto che i giocatori. Purtroppo chi lo dice ne è convinto e, quel che è peggio, riesce anche a fare proseliti. Per quanto mi riguarda, invece, non c’è al mondo - nel nostro mondo una frase più avvilente ed offensiva di questa: sia per chi fa il giornalista, sia per chi fa l’allenatore. Il mio primo incontro avuto come conferenziere con i corsisti impegnati nel Master è cominciato così: per anni - e ancora adesso per alcune persone dell’una e dell’altra sponda l’aspetto decisivo nel rapporto tra stampa ed addetti al calcio è stata la complicità e la blandizie in un reciproco scambio di favori e reticenze. Se quel periodo non è ancora finito, è certamente in via di rapido esaurimento. A decretarne la fine non è stato un cambio del costume o l’acquisizione di una nuova maturità professionale, ma più semplicemente l’allargamento e l’incisività dei mezzi di comunicazione. E’, dunque, il mezzo a modificare il messaggio, perchè il messaggio non è più controllato o addomesticabile. Si pensi senza peraltro entrare nel merito della vicenda - al caso Venezia-Bari la cui inchiesta venne aperta prima di tutto sulla scorta delle immagini televisive e poi ampliata a seguito di un’intervista rilasciata da Tuta ad alcuni giornalisti. Fino ad una decina di anni fa tutto ciò sarebbe stato impensabile. Impensabile perchè “tecnicamente” non ci sarebbero state telecamere da ripresa sufficienti, o non sufficientemente piazzate, sia all’interno del terreno di 28
gioco, sia nel tunnel che conduce agli spogliatoi, in quella specie di zona grigia dove troppe cose si suppone possano accadere. E’ dunque la televisione il primo mezzo che modifica il messaggio. Lo modifica in ragione delle sue capacità tecnologiche: vedere o rivedere un’azione contestata, una palla entrata o meno in porta, cogliere una scorrettezza sfuggita al controllo dell’arbitro e dei suoi collaboratori. E lo modifica perchè la televisione è essa stessa portatrice di un’ideologia: ovvero quella di cambiare il gioco a beneficio del proprio vantaggio commerciale e spettacolare. Non sarà sfuggita a nessuno l’intenzione da parte della FIFA di modificare i tempi di gioco di una partita. Se ne era parlato prima del Mondiale americano (1994) e la proposta, poi ritirata ma mai scartata, prevedeva di frazionare primo e secondo tempo in altre mini-pause di 3 o 5 minuti ciascuna. In teoria l’introduzione del time-out; in pratica, la possibilità di inserire all’interno della gara numerosi e cospicui spot pubblicitari. Naturalmente i tecnici si sono detti quasi unanimemente favorevoli alla novità, ignorando però quali fossero le reali intenzioni di chi la sollecitava. Non che un allenatore abbia per forza il dovere di porsi la questione etica, però un minimo di diffidenza è lecito nutrirla, anche a costo di denunciare atteggiamenti inutilmente conservativi. Infatti, le innovazioni tecniche e regolamentari nel calcio non sono tutte criticabili. Molte hanno favorito lo sveltimento del gioco e la riduzione delle perdite di tempo. Tuttavia
ciò che oramai non è più possibile perdere di vista è il surrettizio tentativo di modificare l’evento e la struttura dell’evento. Questo può alterare il rapporto tra chi interpreta e prepara il gioco e chi invece lo sfrutta. Da qualche anno, per esempio, i gestori del potere calcistico, soprattutto italiano, sono favorevoli ad un pubblico che sia sempre meno da stadio e sempre più da salotto, ovvero sempre più televisivo. Ciò risponde ad una esigenza economica (la cessione dei diritti tv a quelle compagnie che dispongono del criptato), ma ha pure diretta relazione con il gioco. Mi si obietterà che il pubblico non gioca. Però questa è un’obiezione che non posso accettare da chi, oggi, allena e appena ieri giocava. Tutti noi sappiamo, infatti, che il pubblico - con la sua vicinanza ed il suo modo di tifare a favore o contro - rappresenta l’elemento emozionale più coinvolgente per chi è sul terreno di gioco. Spesso si tratta di semplice suggestione (e per questo non sarebbe trascurabile), altre volte invece diventa immanente sulle sorti della gara. Ci sono, a questo proposito, stadi che incutono soggezione o rispetto. Altri dove la prossimità della folla è tale da sentire letteralmente il suo fiato sul collo. Ebbene, secondo certi dirigenti, in certi stadi da 80-100 mila persone non si dovrebbe più giocare, mentre avrebbe senso farlo in impianti da 30-40 mila posti. Che cosa determinerebbe tutto ciò? Certamente una diversifica*Allenatore di Base e giornalista sportivo professionista
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zione dell’offerta e la penalizzazione di molti spettatori. Lo stadio piccolo, infatti, significa che non si vuole realizzare una politica popolare sul prezzo del biglietto. Se, al contrario, la si promuovesse, gli stadi grandi verrebbero riempiti. Naturalmente questo confliggerebbe con la pay-tv e la vendita dei diritti: più gente allo stadio significa meno gente davanti al video. Ecco dunque spiegato, attraverso un ragionamento circolare, un altro intervento extratecnico che muovendo da una necessità imprenditoriale arriva ad inerire direttamente sull’applicazione e definizione dello sport. Come si vede sono i mezzi di informazione a manipolare il messaggio (la partita) fino a ridurre lo spettatore a fondale dell’evento stesso, quasi che si trattasse di una presenza necessaria, eppure decorativa, misurata, proporzionata, mai eccessiva. Insomma, uno dei componenti, non l’elemento senza il quale il calcio non avrebbe ragione di essere rappresentato. Di più: il calcio televisivo è profondamente diverso dal calcio allo stadio. Tanto il primo è asettico, inodore e monodiretto, tanto l’altro stimola ogni personalissima percezione sensoriale. Si tratta non solo di due spettacoli diversi, ma di due sport diversi. Per me, invece, il calcio è uno, si gioca sul campo e si vede allo stadio. L’altro è esaltazione del dettaglio a detrimento del contesto. Comunque la televisione rappresenta il traino di un’intera costellazione informativa. Dai giornali, che sono sempre esistiti eppure adesso ne subiscono il decisivo influsso, alle radio (la
pubblica e le private) che sono quel magmatico parlato, assi vago e molto vasto, che riempie il prima, il durante ed il dopo di una partita. E’ spesso con questa realtà, oltre che con quotidiani e periodici a vocazione eminentemente locale, che la maggior parte dei tecnici di serie A, B e C è costretta a misurarsi. Ed è su questo punto che è bene essere precisi. L’allenatore, o il giocatore o il dirigente, che ha per suo compito quello di parlare con la stampa, deve conoscere la differenza tra informazione e comunicazione. A lui non è richiesta la prima, ma gli è indispensabile la seconda. Tacere, omettere, nascondere non sono funzionali né all’una né all’altra anche se i silenzi stampa sono assai più c om u ni c a t i v i d i u n fiume di parole. L’allenatore, dunque, deve abituarsi prima ad usare gli argomenti e poi ad usare le parole perchè, come dicevano i latini, è da quelli che discendono queste. E’ perciò inutile e dannoso, in presenza di situazioni controverse che riguardino noi stessi o la nostra squadra, attuare dell’ostruzionismo nei confronti della stampa interlocutrice. E’ invece assai più utile anticipare i temi con chiarezza espositiva e franchezza. Non si tratta di dire necessariamente tutto (perchè vi sono cose che riguardano l’intimità dello spogliatoio o la discrezione con la società), ma di soddisfare la legittima curiosità di chi fa da tramite con il lettore, l’appassionato, il tifoso. Non si tratta, neppure, di essere o sentirsi servi dei giornalisti. Il buon comunicatore sa che, volendo, è lui a poter utilizzare il vantaggio di dialogare con una platea vasta
e frammentata. Casomai il problema riguarda la fedeltà che può essere tradita anche da televisoni e radio. Basta un taglio, o una frase avversativa, trascurata, per fare “dire” il contrario di quanto l’interlocutore intendesse e questo a riprova che non ci sono parole veramente sufficienti ed adeguate per esprimersi compiutamente. Avere un rapporto fedele con i giornalisti c’entra sicuramente con la disponibilità e la buona educazione delle parti in causa, così come c’entra con la correttezza formale e sostanziale. Un allenatore non ha il diritto di sentirsi “tradito” da una critica, anche spietata, purché fondata e responsabile. Ha invece il diritto di sentirsi tradito se un titolo o un pezzo contiene forzature o alterazioni del proprio pensiero. A quel punto, con tatto e discrezione, è opportuno intervenire presso il giornalista manifestando il proprio dispiacere. Quante volte la settimana è giusto parlare con i giornalisti? Certamente sempre la domenica dopo la partita. Certamente il martedì alla ripresa degli allenamenti; certamente a metà settimana ed il sabato. Ma si può anche parlare sempre se si ha qualcosa da dire. L’importante è stabilire un metodo di lavoro che non penalizzi chi opera nell’informazione e che non stressi inutilmente chi deve occuparsi anche del campo. La sola cosa da evitare è di allenare i giornalisti, magari regalando loro argomenti per un titolo come fossero biada o zuccherini. E’ un gioco più stupido che perverso nel quale a rimetterci, di solito, è tra i due quello che si ritiene più furbo. 29
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